Il libro di Becker/Beham “Operation Balkan: Werbung fuer Krieg und Tod”, ovvero la colonizzazione dei media da parte dell’industria delle pubbliche relazioni
La disponibilità d’informazioni espresse con garbo, imparziali e obiettive è una delle condizioni fondamentali per il buon funzionamento di una democrazia sostenuta da cittadini liberi ed emancipati.
Senza un certo livello d’informazione, è difficile prendere delle decisioni favorevoli all’interesse generale e alla coesistenza pacifica fra i cittadini, i popoli, i gruppi etnici e gli Stati.
Le fonti dell’80% delle informazioni sono le agenzie di pubbliche relazioni
Ora è sempre meno possibile, come lo dimostrano inchieste come quella ordinata dall’Ufficio Federale della Comunicazione della Rft (Neue Zuercher Zeitung del 2 Febbraio 2007), perché i giornalisti dipendono sempre più dalle agenzie di pubbliche relazioni sottoposte ad interessi particolari. Già alla metà degli anni 80, Barbara Bearns in Germania e René Grossenbacher in Svizzera, hanno dimostrato che quasi un terzo di tutte le informazioni divulgate dai media non erano il frutto di indagini da parte di giornalisti, ma provenivano da agenzie di pubbliche relazioni. E l’80% di tutte le informazioni provenivano da una sola e unica fonte: gli uffici di furbe pubbliche relazioni. Joerg Becker e Mira Beham, nella loro inchiesta Operation Balkan: Werbung fuer Krieg und Tod (Operazione Balcani: propaganda di guerra e di morte), qui presentata, parlano di una vera “colonizzazione dei media da parte dell’industria delle pubbliche relazioni”. Questo fenomeno compare chiaramente nel concetto di “ embedded journalism “ (giornalismo integrato, incorporato) della guerra in Iraq: “ci si trova nello stesso letto, impudentemente, sotto la vista di tutti”.
I rapporti di prostituzione fra giornalisti e opinion makers
Oggi, il settore delle pubbliche relazioni si sviluppa molto più velocemente del giornalismo. All’inizio degli anni 90 negli Stati Uniti c’erano all’incirca 120.000 giornalisti ma anche 160.000 specialisti in pubbliche relazioni. Nel 2011 il reporter televisivo Thomas Leif attirò l’attenzione sul fatto che i rapporti fra giornalismo e pubbliche relazioni potevano definirsi di prostituzione, che queste ultime favoriscono le seguenti tendenze nelle informazioni mediatiche: “ aumento del numero dei temi insignificanti, dettagli senza importanza, diluizione delle informazione, focalizzazione sulle persone, mancanza di serietà, occultamento deliberato dei temi importanti, messe in scena, distrazione permanente “. E’ quella una constatazione che qualsiasi consumatore di media non può che approvare.
Joerg Becker, professore onorario di scienze politiche all’Università di Magdeburgo e professore associato all’Università di Innsbruck, e Mira Beham giornalista e diplomatica dell’OSCE, specialista viennese dei Balcani, hanno il merito di aver dimostrato, nelle loro inchieste dettagliate sulle guerre in Jugoslavia, come i meccanismi qui indicati si manifestano durante i periodi di guerra.
Omogeneizzatori e manipolatori dell’opinione pubblica mondiale
Secondo gli autori, le guerre dei Balcani degli anni 90 hanno dimostrato che “ dei governi in guerra sono riusciti a trasformare la loro propaganda in messaggi credibili facendoli passare tramite il filtro delle agenzie di pubbliche relazioni e le loro numerose vie di comunicazione. Ne è nata una forte omogeneizzazione dell’opinione pubblica negli USA e nei paesi occidentali in generale. Diverse agenzie di pubbliche relazioni sono riuscite a divulgare la propaganda degli stati non Serbi dell’ex Jugoslavia in modo tale che una “lettura praticamente identica delle guerre dei Balcani” si è imposta nell’opinione pubblica secondo la quale tutti i popoli dei Balcani erano pacifici tranne i Serbi, considerati aggressivi. E’ su questa interpretazione che si sono basati il governo americano, Amnesty International, Human Rights Watch, Freedom House, l’United States Institute of Peace, la Fondazione Soros, intellettuali progressisti e una buona parte degli ambienti conservatori, le Nazioni Unite, i giornalisti, nonché i governi di Zagabria, di Sarajevo, i dirigenti degli Albanesi del Kosovo, l’UCK.
FARA: Una legge unica al mondo (il Foreign Agents Registration Act)
Il punto di partenza dell’interessante inchiesta di Becker/Beham è una legge americana unica al mondo che obbliga i governi stranieri, le organizzazioni e i privati a dichiarare le loro attività di pubbliche relazioni negli Stati Uniti: la Foreign Agents Registration Act (FARA). Questa legge, adottata nel 1938 a titolo di tutela contro la propaganda nazista negli USA e ampiamente sviluppata nel 1966, esige che tutte le agenzie di pubbliche relazioni americane segnalino al Ministero della Giustizia per conto di chi esse fanno propaganda, da quanto tempo e qual è il loro trattamento economico. Queste informazioni sono accessibili al pubblico, quindi anche ai ricercatori. La legge tuttavia non mira ad impedire la propaganda negli USA per conto di istituzioni straniere ma vuole che questa sia trasparente. Osservatori critici americani hanno comunque fatto notare che il governo degli Stati Uniti, a seconda se questi applica più o meno in modo stretto questa legge, ha la possibilità di favorire alcuni soggetti stranieri nei media del Paese o di impedire che vengano contrastati. Gli ordini del governo degli Stati Uniti e le attività delle grandi agenzie di pubbliche relazioni non americane come Havas e Euro-RSCG in Francia, Dentsu in Giappone e Saatchi & Saatchi in Inghilterra non sono toccate da questa legge.
Immagine positiva di sé per raggiungere gli obiettivi
L’esame dei documenti da parte di Becker/Beham al ministero americano della Giustizia ha rivelato l’esistenza di 157 contratti di sei mesi fra clienti della ex-Jugoslavia e 31 diverse agenzie di pubbliche relazioni, nonché nove privati per il periodo delle guerre nella ex Jugoslavia: 1991-2002. Ma i due autori ritengono che qui si tratti soltanto della punta dell’iceberg. Mentre gli avversari della Serbia (Croazia, Albanesi del Kosovo, Bosnia-Erzegovina e Slovenia) hanno speso circa 7,5 milioni per la loro propaganda di guerra, la parte serba ha speso meno di un quarto di questa somma: 1,6 milioni. Mentre gli avversari della Serbia erano in grado di assumere ditte americane rinomate operanti su scala mondiale, i Serbi dovettero accontentarsi di agenzie più piccole, lontane dai centri del potere americano. Con la loro propaganda, le due parti miravano a due obiettivi: dare di sé una immagine positiva e raggiungere i loro obiettivi di guerra.
Le pubbliche relazioni antiserbe: “paragonare i Serbi ai nazisti”
Secondo Becker/Beham, le agenzie di pubbliche relazioni che non lavoravano per clienti serbi, nei documenti del FARA avevano dichiarato i seguenti obiettivi:
- Riconoscimento dell’indipendenza della Croazia e della Slovenia da parte degli Stati Uniti
- Percezione della Slovenia e della Croazia come Stati progressisti di tipo occidentale
- Presentazione dei Serbi come oppressori e aggressori
- Assimilare i Serbi ai nazisti
- Formazione del programma politico degli Albanesi del Kosovo
- Presentazione dei Croati, dei Bosniaci musulmani e degli Albanesi del Kosovo esclusivamente come vittime innocenti
- Reclutamento di ONG (organizzazioni non governative), di personale con lauree scientifiche, di gruppi di pensiero, per la realizzazione dei loro obiettivi.
- Intervento degli Stati Uniti nei Balcani
- Presentazione della conquista da parte dell’esercito croato della Krajna occupata dai serbi come legittima e legale
- Mantenimento delle sanzioni ONU contro la Serbia
- Decisione favorevole nell’arbitraggio riguardante la città bosniaca di Breko
- Denuncia di genocidio contro la Repubblica Federale di Jugoslavia davanti alla Corte Internazionale di Giustizia dell’Aja
- Risultati favorevoli per la parte albanese dei negoziati di Rambouillet
- Denuncia contro Slobodan Milosevic davanti al Tribunale penale dall’Aja
- Promozione degli investimenti americani negli Stati succedenti alla Jugoslavia
- Secessione del Montenegro
Pubbliche relazione filoserbe: “Migliorare la cattiva immagine”
Le agenzie di relazioni pubbliche che hanno lavorato per clienti serbi, hanno dichiarato gli obiettivi seguenti:
- Miglioramento generale della cattiva immagine dei Serbi
- Miglioramento dell’immagine della Repubblica Serba di Bosnia
- Reclutamento di ONG (organizzazioni non governative), di personale con lauree scientifiche, di gruppi di pensiero, per la realizzazione dei loro obiettivi
- Promozione degli investimenti americani in Serbia
- Miglioramento delle relazioni con gli Stati Uniti dopo la destituzione di Milosevic
- Ritiro delle sanzioni ONU
L’affitto di eserciti privati: l’esempio del MPRI in Krajina
Becker/Beham dimostrano che il campo non serbo è riuscito a vendere molto meglio la propria propaganda. Nelle grandi agenzie di pubbliche relazioni, delle quali hanno acquistato i servizi, The Washington Group, Jefferson Waterman International e Ruder Finn, si trovano spesso agli alti livelli direttivi ex funzionari di governo, soprattutto ex membri della CIA. Viceversa, dirigenti di pubbliche relazioni si ritrovano spesso al servizio del governo. Sono specialisti che, assecondati da rappresentanti dell’industria degli armamenti e del Pentagono, possono anche fornire, tramite società militari private, i mercenari necessari alle guerre provocate dalla propaganda. Becker/Beham menzionano le attività del MPRI (Military Professional Resources Inc. ad Alessandria in Virginia) in occasione della “Operazione Tempesta” nel corso della quale la popolazione serba è stata espulsa dalla Krajina.
Guerra del Kosovo: 11.000 morti, non 500.000…
Le guerre nella ex-Jugoslavia furono sanguinose e furono commesse molte atrocità da ambo le parti. Il numero dei morti è stato definito esattamente dall’ONU. Così, la guerra in Kosovo non ha fatto 500.000 morti fra gli Albanesi del Kosovo, come aveva fatto credere il Ministero americano degli Affari Esteri appena prima dell’attacco della NATO, non 100.000 come aveva dichiarato il Ministro della Difesa degli Stati Uniti, Cohen, nella primavera del 1999, non 44.000 come stima iniziale dell’ONU, non 22.000 secondo un dato ONU, ma 11.000 secondo le ultime stime dell’ONU. Sono certamente 11.000 morti di troppo, ma questi sono i fatti, 11.000 morti fra i quali molti Serbi, Sinti e Rom oltre agli Albanesi del Kosovo. E che cosa ha voluto far credere all’opinione pubblica la propaganda di guerra? Che si trattava di impedire un nuovo Hitler, una nuova Auschwitz, un nuovo Olocausto!
Il grande bluff di Ruder Finn: l’evocazione del “nazismo”
James Harff, della Ruder Finn, ha dichiarato in merito, nello stile diretto e arrogante tipico di numerosi strateghi in pubbliche relazioni: “L’entrata in gioco delle organizzazioni ebraiche al fianco dei Bosniaci fu uno straordinario poker d’assi. Siamo subito riusciti a far coincidere nell’opinione pubblica Serbi e nazisti. Ci fu subito un cambiamento netto nel linguaggio della stampa con l’impiego di termini con forte valore emotivo, come pulizia etnica, campi di concentramento ecc. il tutto evocando la Germania nazista e le camere a gas di Auschwitz. La carica emotiva era così forte che nessuno più poteva contrastare senza essere accusato di revisionismo. Avevamo colpito in pieno”.
Nemmeno gli ebrei potevano aiutare la Serbia
Davanti ad una tale sfacciataggine, il lettore dell’analisi di Becker/Beham ha il fiato corto. Allo stesso tempo deve chiedersi in quale misura sia stato vittima di questa manipolazione, se è caduto nella rete tesa dagli specialisti in pubbliche relazioni. Nemmeno i rappresentanti della comunità ebraica, come il Premio Nobel Elie Wiesel, sono stati ascoltati: “La persecuzione degli Albanesi, per quanto terribile, non è un olocausto“, ha dichiarato Wiesel nel 1999 e il Jewish World Review ha ricordato che nella Germania nazista non c’è stato un esercito segreto ebraico che si batteva per uno stato ebraico in terra tedesca, che gli ebrei non avevano mai ucciso né poliziotti, né soldati tedeschi per incitarli a rispondere violentemente attaccandosi alla popolazione. Orbene, fu proprio questo che l’UCK albanese fece. Inoltre si sa che persino durante i bombardamenti della NATO nel nord della Serbia e nei dintorni di Belgrado, 200.000 albanesi hanno potuto vivere in sicurezza e tranquillamente, ciò che non sarebbe stato possibile se ci fosse stato un genocidio.
Occorre una sovranità di popolo ma senza propaganda di governo
Becker/Beham sono riusciti a sensibilizzare il lettore circa una pratica corrente dei media, il fatto che, ad un certo punto, come per caso, si accumulano delle informazioni, occupano il terreno e canalizzano l’opinione in una precisa direzione. Sarebbe auspicabile che altri Stati adottino una legge come la FARA. Perché i cittadini non dovrebbero pretendere in ogni paese che il loro governo sia tenuto a dichiarare i suoi incarichi di pubbliche relazioni? Soprattutto dove si usa il denaro dei contribuenti per disinformare i cittadini anziché informarli? Desidereremmo che le ricerche di Beckar/Beham fossero conosciute e suscitassero un largo dibattito nella popolazione come successe in Svizzera con l’iniziativa “sovranità di popolo senza propaganda governativa”.
Becker, Joerg/Beham Mira, Operation Balkan: Werbung fuer Krieg und Tod. (Operazione Balcani: propaganda di Guerra e di morte), Baden-Baden 2006, ISBN 3-8329-1900-7
(Horizons et Débats, 10 Marzo 2007, anno 7, N° 9)
Fonte:
http://www.horizons-et-debats.ch/0709/20070310_04.htm
Traduzione a cura di
Gian Franco Spotti
Articolo letto: 858 volte (04 Luglio 2012)