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Un gruppo di pastori divenuti improvvisamente i signori della Sicilia sudorientale
Storia dei baby killer assoldati dalla Stidda
Dopo averci raccontato gli anni di piombo dal punto di vista di Pierluigi Concutelli, Giuseppe Ardica ci porta nella sua Sicilia, a Gela per la precisione. Città che dalla metà degli anni ottanta fu teatro dell’epopea criminale della Stidda, la “quinta mafia” nata da un gruppo di ribelli che ad un certo punto decisero di staccarsi da Cosa Nostra e mettersi in proprio. Gli stiddari si concentrarono subito su dei settori storicamente poco considerati dai clan mafiosi tradizionali, prostituzione e gioco d’azzardo su tutti. Le sue origini rurali non permisero però alla Stidda di assumere quelle caratteristiche da holding del crimine tipiche delle cosche affiliate ai corleonesi che spadroneggiavano nella Palermo degli anni ottanta. Con il suo “Baby Killer – Storia dei ragazzi d’onore di Gela” (Marsilio edizioni, 141 pagg. 13 euro) Ardica ci porta per le strade della cittadina siciliana divisa tra le tute blu del petrolchimico e l’ascesa dei clan mafiosi, due mondi che si sfiorano ma che non si incontrano mai. Ad ingrossare le fila della malavita non sono infatti i figli degli operai ma gli abitanti dei quartieri più difficili, quelli dove la dispersione scolastica assume proporzioni incredibili e il richiamo dei soldi facili risuona forte alle orecchie degli adolescenti senza nessun tipo di prospettiva. Proprio per questo la Stidda decise di servirsi di sicari minorenni, insospettabili, decisi ed economici. Con un biglietto da cinquanta o centomila lire si poteva assoldare un ragazzino e far fuori doppiogiochisti o commercianti che non si piegavano al volere del clan. Ragazzi di strada che furono coinvolti a pieno titolo nel progetto criminale, divenendo addirittura responsabili dell’omicidio di una coppia di anziani che non nuoceva di certo al disegno della cosca, il boss dei Iannì-Cavallo aveva però deciso di eliminarli senza esitazione, un’esecuzione senza pietà dettata dal delirio di onnipotenza di un gruppo di servi pastori divenuti improvvisamente i signori della Sicilia sudorientale. Ardica narra con dovizia di particolari anche l’uccisione del sostituto procuratore di Agrigento Rosario Livatino per mano di quattro affiliati alla Stidda. Il “giudice ragazzino” ingaggiò una disperata corsa per i campi sul bordo della strada statale dove fu fermato dai suoi assassini, una fuga che non impedì il suo incontro con la morte. Livatino indagava proprio sui legami tra Stidda e politica, imitando i corleonesi anche i clan di Gela iniziarono a muoversi nel panorama politico con disinvoltura, una manovra obbligata per aggiudicarsi appalti pubblici e protezione da parte della classe politica locale. La Stidda riuscì addirittura a mettere le mani sul traffico internazionale di armi; mitra e munizioni che giungevano a bordo di imbarcazioni che transitavano dalla Sardegna, così come raccontato dai pentiti nel corso di diversi procedimenti che furono aperti negli anni novanta. L’organizzazione fu azzerata proprio grazie alle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia, pentiti poco più che maggiorenni che permisero di smantellare il gruppo di fuoco che riuscì a far fuori in pochi anni tutti gli affiliati a Cosa Nostra che non scesero a patti con gli stiddari, una catena di omicidi senza precedenti che lasciò sul terreno un centinaio di cadaveri. La prospettiva di una vita da ricchi di quei ragazzini trasformati in feroci killer si infranse contro l’impegno di inquirenti e magistratura. Oggi molti di quei pistoleri poco più che adolescenti vivono in località segrete lontano dalla Sicilia grazie al programma di protezione. Sicuramente i loro ricordi sono affollati dal rumore degli spari con cui misero fine alle esistenze di persone che pagarono la loro onestà o il fatto di essere su un fronte avverso. Certe cose non si dimenticano.
Articolo letto: 366 volte (29 Luglio 2010)
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