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La Fiat intende ridisegnare completamente i rapporti sindacali ed imporre un “suo” contratto non più nazionale ma aziendale
Marchionne difende i ricatti della Fiat
Utilizzando il giornale della famiglia Agnelli per esprimere il suo pensiero sulle prospettive della Fiat, Sergio Marchionne ha ribadito la linea ufficiale dell’azienda. Basta con gli scioperi, in particolare quelli a singhiozzo, e all’assenteismo che bloccano la produzione. Politici, sindacati ed operai devono rendersi conto che è giunta l’ora di dire finalmente un sì oppure un no al progetto di avere una forte industria dell'auto in Italia oppure se lasciare questa prospettive ad altri Paesi.
Quanto alla costituzione della nuova società Fabbrica Italia Pomigliano controllata dalla Fiat Auto ma separata da essa, che gestirà lo stabilimento dell’ex Alfa Romeo, Marchionne ha avuto pure il coraggio di giocare a fare l’offeso affermando che la Fiat ha fatto un regalo inaspettato ai lavoratori locali con la decisione di trasferire in Campania la produzione della Panda ora realizzata nello stabilimento polacco di Tychy. Lì la qualità è ottima, anzi “eccezionale”, ha avvertito minacciosamente Marchionne, volendo far capire che la Fiat potrebbe pure ripensarci. Gli operai polacchi, voleva dire l’amministratore delegato, non sono mica dei rompiballe come quelli italiani, e in particolare quelli napoletani, che non vogliono accettare ritmi di lavoro schiavistici e quando lo fanno (come nel referendum consultivo del giugno scorso) è soltanto perché hanno fame di lavoro e non vogliono rinunciare allo stipendio.
In Polonia, questa è la verità, il costo del lavoro è molto minore che in Italia. In Serbia, dove la Fiat produrrà la monovolume L0 inizialmente pensata per Mirafiori, la situazione è ancora più allettante. Il costo mensile di un operaio è infatti di appena 500 euro, cinque o sei volte meno che a Mirafiori. Perciò le chiacchiere di Marchionne sull’assenteismo nascondono una realtà molto più semplice e brutale. Gli operai italiani costano troppo, di conseguenza per consentire alla Fiat di competere sul mercato, grazie ad una politica di prezzi bassi, devono accettare di vedersi tagliare gli stipendi.
Sulla qualità del prodotto invece la Fiat ha dimostrato di non essere in grado di agire visto che la sua quota di mercato nell’Unione europea è pari ad appena il 7,4% delle vendite, cifra che la colloca ad uno sconsolante sesto posto in classifica dopo Volkswagen, Ford, Peugeot-Citroen, Renault e General Motors. Sono quindi i potenziali clienti del Lingotto che finiscono per rivolgersi ad altre marche.
Sono in ogni caso John Elkann e Marchionne che vogliono andare avanti in una normalizzazione a loro uso e consumo che una volta completata comporterà la disdetta del contratto nazionale di lavoro dei metalmeccanici e la sua sostituzione con un contratto Fiat strutturato a livello aziendale,in virtù del quale la busta paga registrerà un ruolo sempre crescente degli straordinari e dei premi di produzione. A seguire sarà anche inevitabile l’uscita della Fiat dalla Federmeccanica e quindi dalla Confindustria.
Al tempo stesso per dimostrare la propria dichiarata buona volontà, in realtà un ricatto bello e buono, Marchionne ha dato il via libera agli investimenti per preparare la catena di montaggio alla produzione della Panda.
Che si tratti di un ricatto lo ha ammesso anche il segretario generale della Cgil, Guglielmo Epifani, accusando Marchionne di fare promesse fumose su quello che produrranno le fabbriche italiane del gruppo. Ma allo stesso tempo il capo della Fiat pretende in cambio che i lavoratori rinuncino ai propri diritti e accettino nuovi ritmi di lavoro e deroghe alle leggi (come lo Statuto dei Lavoratori) e al contratto nazionale, ma poi no c'e' la certezza di cosa produrranno le fabbriche italiane.
Per il responsabile auto della Fiom, Enzo Masini, la Fiat sta alzando il livello dello scontro considerato che lega gli investimenti sulle deroghe al contratto nazionale. E oltretutto sta cavalcando la crisi per cambiare i rapporti di forza tra azienda e sindacati. Questo atteggiamento per il sindacato è impraticabile. Nell’incontro di ieri al Lingotto, la Fiom ha ribadito che all'interno del contratto nazionale ci sono tutte le condizioni per una trattativa ma la Fiat ha replicato che Pomigliano rappresenta il modello che intende esportare a tutta la Fiat Auto e poi eventualmente a tutto il gruppo.
Da parte sua il ministro del Lavoro, l’ex socialista Maurizio Sacconi, per dimostrare che la Fiat ha sempre ragione, si è augurato che le parti firmatarie dell'accordo di Pomigliano (Fiat e sindacati collaborazionisti) vadano avanti per individuare tempi e modi per effettuare l'investimento. Poi per completare l’opera ha chiesto alla Cgil e alla Fiom di rivedere il proprio atteggiamento di chiusura perché “bisogna andare avanti per non perdere le opportunità che devono essere realizzate in Italia”. Quelle offerte agli operai di lavorare con ritmi di lavoro schiavistici.
Le preoccupazioni per il futuro dell’occupazione in Fiat toccano comunque anche lo stabilimento “modello” di Melfi in Basilicata. Il presidente della regione, Vito De Filippo (PD), ha espresso tutti suoi timori ricordando che Melfi vanta 5.200 dipendenti più i 6-7.000 lavoratori dell’indotto che vivono con particolare difficoltà ogni tremolio del settore auto per il quale è necessario fare continui investimenti in ricerca e innovazione. Quello che Marchionne deve ancora dimostrare di voler fare.
Articolo letto: 626 volte (29 Luglio 2010)
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