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Mezzogiorno: un ordigno sociale pronto ad esplodere
L’agonia del meridione d’Italia
Povertà, sottosviluppo, estinzione dell’industria. Parole che istintivamente fanno pensare a qualche sfortunata nazione del Sud del mondo. Eppure in questo caso sono riferite al meridione d’Italia. A tratteggiare un quadro così fosco del nostro Paese non è stato qualche osservatore ammalato di sensazionalismo ma il rapporto Svimez 2010. Il sistema produttivo meridionale è in ginocchio, le esportazioni sono calate di un terzo e il settore manifatturiero è in caduta libera. Il tristemente famoso “dualismo” di casa nostra è sempre più accentuato. Il Pil del sud è in costante calo da otto anni. La cosiddetta nuova programmazione per il Mezzogiorno, dogma laico di tutti i governi che si sono succeduti negli ultimi quindici anni, è stata un autentico flop. L’idea di voltare pagina rispetto al dirigismo e al centralismo dell’intervento straordinario di marca democristiana, puntando su meccanismi di incentivazione capaci di premiare e valorizzare le vocazioni locali, dando slancio all’imprenditoria del posto e attivando motori di sviluppo endogeno, non si è concretizzata in maniera adeguata. La promessa razionalizzazione ha lasciato il posto ad una polverizzazione della spesa che oltre a non incidere positivamente sul tessuto produttivo, si è tradotta in un meccanismo assistenziale di spesa a pioggia, con pericolose derive clientelari. La teoria dell’eccesso di risorse a vantaggio del Sud che spopola tra gli scranni della maggioranza di governo è un vergognoso falso storico. La spesa pubblica pro capite nel Mezzogiorno non è certo più alta rispetto al Centro-Nord e l’obiettivo di portare la quota della spesa in conto capitale al 45% del totale non è stato neanche lontanamente sfiorato. E come se non bastasse, negli ultimi due anni, il governo ha tagliato di circa 26 miliardi di euro il fondo per le aree sottoutilizzate. È facile prevedere, inoltre, che la politica tremontiana fatta di austerità e contrazione della spesa pubblica ostacolerà ulteriormente una ripresa dell’economia meridionale, se non altro per gli effetti restrittivi sulla domanda aggregata. Al tempo stesso, l’idea che il taglio delle risorse e un più diretto collegamento a livello locale tra entrate e spese pubbliche siano garanzia di un uso più efficiente delle risorse non ci convince per niente. Per il salto tecnologico e dimensionale di cui hanno bisogno le imprese del Mezzogiorno servirebbe una strategia di politica industriale ad ampio spettro, adeguatamente finanziata, capace di guardare oltre gli interessi attuali della piccola imprenditoria locale, che non può essere l’unico traino per iniziare la risalita. Non meno negative potrebbero rivelarsi le altre misure cantierate di recente. L’introduzione del criterio dei costi standard come elemento di controllo della spesa per i servizi essenziali erogati dalle regioni non è cosa malvagia. Pessima è invece l’idea di distribuire le risorse destinate alle competenze previste dal titolo V della Costituzione, fra le quali vi sono le iniziative per lo sviluppo, in base al reddito pro-capite degli abitanti. Per i governatori delle regioni meridionali significherebbe riduzione del 20% in bilancio e rischio crack concretissimo. Una secessione silenziosa che taglierà di netto il paese, condannando il sud ad una inesorabile necrosi. Poche risorse economiche ma anche umane, se si considera che sempre più figli del sud decidono di abbandonare la propria terra. Sono circa 300mila, infatti, i giovani che ogni anno emigrano verso il Nord. Un’emorragia di risorse continua, un impoverimento progressivo del territorio. Poi ci sono quelli che né studiano, né lavorano. Secondo l’Istat sono circa un milione. Giovani rassegnati, manovalanza a costo zero per la delinquenza organizzata e gli sfruttatori. Con il rischio concreto di trasformarsi in una bomba sociale.
Articolo letto: 203 volte (30 Luglio 2010)
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