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La strategia di Marchionne è quella di produrre dove gli operai accettano ritmi di lavoro schiavistici e salari da fame
Fiat taglia le retribuzioni ma la qualità manca
L’annuncio fatto dalla Fiat di voler impugnare in maniera unilaterale il contratto nazionale di lavoro dei metalmeccanici, prima a Pomigliano e poi in tutte le aziende del gruppo, ha trovato immediatamente diversi “esperti” del settore pronti ad offrire appigli teorici e legali per giustificare una svolta che porta le relazioni industriali indietro di 40 anni. Pietro Ichino, senatore PD e professore di diritto del lavoro ha affermato che il contratto nazionale può essere un ostacolo al progresso.
Per il giuslavorista, che da anni vive sotto scorta per le minacce ricevute dalle BR come erede morale di Massimo D’Antona e di Marco Biagi, se il contratto collettivo di lavoro impedisce l'accordo tra imprese e sindacato su di un piano industriale “innovativo”, allora esso diventa un ostacolo al progresso economico e al miglioramento dei trattamenti dei lavoratori. Nessun problema quindi se la Fiat uscisse da Federmeccanica e da Confindustria. Sarebbe, voleva dire Ichino, l’effetto della globalizzazione che obbliga a tagliare i costi. Stiamo veramente freschi se per “innovativo” Ichino e i suoi colleghi intendono il nuovo corso di Pomigliano con straordinari a tutto spiano, drastico taglio delle pause e l’introduzione di fatto del divieto di esercitare il diritto di sciopero, pena il licenziamento. Ichino giustifica quindi, sono parole sue, “le imprese più dinamiche che tendono a sottrarsi dall'applicazione del contratto collettivo nazionale di lavoro puntando soltanto sul contratto aziendale”.
Il punto è infatti questo. La Fiat vuole rendere operativo un contratto esclusivamente su base aziendale dove sia minima la quota fissa di stipendio relativa alle ore ordinarie lavorate e sia invece massima l’incidenza degli straordinari e dei premi di produzione. O al limite, stipulare un contratto di lavoro con ogni singolo operaio. La Fiat in altre parole vuole avere la mano libera in tutti gli stabilimenti del gruppo, quelli italiani (Mirafiori, Termoli, Cassino, Pomigliano, Melfi e Termini Imerese) e quelli stranieri (in Polonia, Serbia, Turchia, Brasile e Argentina). Se riuscisse a passare l’idea di un contratto soltanto aziendale le conseguenze sarebbero quelle di una massiccia riduzione di costi. Dove la riduzione interesserebbe soltanto il costo del lavoro e quindi le buste paga. All’estero infatti il costo del lavoro è molto minore che in Italia. Due giorni fa, un telegiornale italiano intervistava alcuni operai neoassunti allo stabilimento serbo della Fiat di Kragujevac che dopo aver espresso la soddisfazione di avere un lavoro dicevano che il loro stipendio netto mensile sarebbe stato di ben 200 euro. Sì, avete capito bene, proprio duecento euro. Una cifra ridicola e vergognosa, un salario degno di un terzo mondo privo di qualsiasi diritto. Un importo inferiore di 6 volte alla retribuzione media già bassa (1.200 euro a dir tanto) di un operaio Fiat ad una catena di montaggio italiana e che spiega ampiamente perché il duo Elkann e Marchionne, il padrone e il suo attendente, abbiano deciso di trasferire la produzione della nuova monovolume L0 da Mirafiori a Kragujevac. Per ridurre i costi e recuperare da una parte quello che il Lingotto, ormai da molti anni, non riesce ad ottenere sotto il punto di vista della qualità Come viene ampiamente dimostrato dalla costante perdita di quote di mercato in Italia e in tutta l’Unione europea.
L’altra realtà di cui prendere atto è che la Fiat, che ha avviato la fase finale del processo di integrazione produttiva e societaria con la Chrysler negli Stati Uniti e in Canada, si vede ormai sempre più come una azienda multinazionale che come tale trova normale chiudere stabilimenti in Italia (come Termini Imerese a fine 2011) ed aprirne di nuovi in Serbia e Turchia dove la fame di lavoro è così forte che gli operai accettano anche un tozzo di pane.
Il ministro del lavoro, l’ex socialista Maurizio Sacconi, da parte sua ha stabilito di andare incontro alle necessità della Fiat. Così nel Piano triennale del Lavoro (presentato ieri) è stato stabilito di applicare sgravi fiscali su tutte le componenti del salario che si riconducano ad un incremento della produttività, ad esempio legato ad un incremento della turnazione.
Durissimo il giudizio del segretario generale della Fiom, Maurizio Landini, l’unico sindacato che si è opposto al nuovo corso liberticida del Lingotto, esaltato oltre che dal governo anche dal PD, unica eccezione l’Italia dei Valori.
Per Landini, accettare le richieste di deroga volute dalla Fiat significa cancellare il Contratto nazionale di lavoro per tutto il settore auto peggiorando le condizioni degli operai e lasciando all'azienda il controllo totale della prestazione lavorativa.
Articolo letto: 721 volte (30 Luglio 2010)
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