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Rottura definitiva fra i leader del partito di maggioranza, ormai definitivamente smembrato
Fine del Pdl:Berlusconi – Fini , varcata la soglia del non ritorno
Ormai il dato è tratto. La convivenza forzata fra Berlusconi e Fini è finita e con essa anche il grande sogno del Popolo della Libertà. Da questo momento in poi ogni trattativa, ogni mediazione è inutile, mentre per il quadro politico si apre una crisi di rivelante entità, che indebolisce la maggioranza, mettendola sotto ricatto della Lega o di altri partitini di centrodestra.
“Ieri sera in due ore senza possibilità di esprimere la mia opinione sono stato di fatto espulso dal partito”- esordisce Fini riferendosi alle decisioni prese nel documento scritto da Berlusconi e votato dai capogruppo Pdl che in poche battute ‘sfiducia’ il presidente della Camera sia per quanto riguarda il suo peso nel partito che per il suo ruolo istituzionale.
Una epurazione a tutti gli effetti, concepita dal leader del Pdl come la giusta reazione ad un tradimento nei confronti del partito e del programma condiviso. Di tutt’altra idea invece Fini, per il quale Berlusconi mostra una “concezione non propriamente liberale della democrazia” paragonabile più ad “una logica aziendale, modello amministratore delegato” piuttosto che ad un partito.
Ed intanto Fini rimane abbarbicato alla sua carica istituzionale, che ormai è diventata la sua unica ancora di salvezza dal momento che non contempla per regolamento la mozione di sfiducia, cosa che avrebbe potuto subire se fosse stato parte del governo. Così di fronte ad ogni richiesta esplicita ribadisce che non darà mai le dimissioni perché “il presidente deve garantire il rispetto del regolamento e la imparziale conduzione della attività della Camera, non deve certo garantire la maggioranza che lo ha eletto”. Il ruolo istituzionale, ottenuto grazie all’appartenenza al partito vincente e quindi di maggioranza, diviene in questo modo la sua arma principale per combattere quella che lui stesso intende come una battaglia etica e morale. Dalla sua poltrona al centro dell’aula di Montecitorio, quindi, ha l’intenzione di “continuare nella difesa di valori irrinunciabili quali l’amor di patria, la coesione nazionale, la giustizia sociale, la legalità”. Tutte parole che fanno facilmente breccia, soprattutto in un momento politico dove la questione morale sembra ritornare in auge in modo preponderante, e dove lo sdegno popolare può essere soltanto mitigato con concreti gesti di “pulizia” di una vecchia classe politica sospettata di corruzione. Ed ecco che, in un assurdo legame ideologico, la posizione di Fini diviene vicina a quella del personaggio politico che in tutti questi anni ha più di tutti incarnato il “paladino della legalità” ovvero il leader dell’Italia dei Valori Antonio di Pietro. Soltanto che i due hanno una sostanziale differenza, l’ex magistrato, come tale ha saputo sfruttare anche tangentopoli per avviare la sua carriera politica, favorita ovviamente dal fatto che sin dal principio è stato sempre dalla parte delle “guardie”, mentre Fini sino a ieri è stato alleato proprio di quelli che lui oggi indica come “ladri”, con i quali ha persino fondato un partito nuovo!
Inoltre, occorre anche considerare che le pagine più scure della scesa in campo di Berlusconi e di quel gruppo di persone che oggi sembra comporre la sua “cricca”, non riguardano i tempi più recenti, ma risalgono persino agli esordi di Mediaset, quando il Cavaliere ha stretto alleanza con una serie di personaggi oggi messi alla gogna, quali Brancher, Dell’Utri o Previti. Come poteva allora l’integerrimo Fini non esserne a conoscenza, proprio lui che ha un trascorso puramente politico (si pensi ai tempi di Almirante e al Msi)? Ma ora dalla sua bocca risuonano parole diverse. e lui cerca di incarnare sempre di più il leader di quei “quei milioni di elettori del Pdl onesti, grati alla magistratura e alle forze dell’ordine, che non capiscono perché nel nostro il garantismo, principio sacrosanto, significhi troppo spesso pretesa di impunità”.
Di dubbi e di domande in tutta questa faccenda ne sorgono molte, prima fra tutte il timore che vanga strumentalizzato il desiderio di legalità e di trasparenza di molti italiani, nauseati dei soliti intrighi politici votati soltanto a preservare gli interessi della “casta”.
D'altronde questa mossa fino a qualche mese fa era stata prerogativa di successo proprio di Di Pietro, che ogni volta che Berlusconi proponeva qualche decreto per salvarsi dalla sua interminabile catena di indagini, mobilitava nelle piazze immediatamente il popolo viola, sfruttando spesso l’ingenuità e gli ideali etici di centinaia e centinaia di persone, ormai demoralizzate nella politica.
Articolo letto: 367 volte (30 Luglio 2010)
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